Nel dibattito politico che accompagna il referendum sul lavoro dell’8 e 9 giugno, sta emergendo con crescente insistenza un appello all’astensione. Una strategia già vista, già sperimentata, che punta a far fallire la consultazione referendaria semplicemente evitando il quorum.
Un approccio profondamente sbagliato, pericoloso e, soprattutto, contrario allo spirito democratico della nostra Costituzione.
Il diritto al voto non è solo un privilegio: è un dovere civico. È l’unico strumento attraverso cui ogni cittadino può contribuire, in prima persona, alle scelte che riguardano la propria vita, il proprio lavoro, la società. Rinunciarvi per calcolo politico o per strategia di parte significa lasciare che altri decidano al posto nostro.
Il referendum tocca temi cruciali per il mondo del lavoro: la possibilità di abrogare norme che oggi rendono più facili i licenziamenti, deregolamentano i contratti a termine e limitano il reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati. Norme che hanno alimentato precariato, instabilità e insicurezza lavorativa, colpendo soprattutto i più giovani, le donne, e chi lavora nei settori più fragili.
Votare SÌ significa voler ripristinare diritti fondamentali dei lavoratori, ridare centralità alla dignità del lavoro e porre un freno alla logica del “licenziare è facile”. Significa opporsi a un modello economico che precarizza e svaluta il lavoro, e riaffermare che l’occupazione non può essere regolata solo dal profitto e dalla flessibilità a senso unico.
Un SÌ convinto al referendum è anche un messaggio politico forte: i diritti non sono un ostacolo alla crescita, ma la condizione per uno sviluppo equo e sostenibile. È un atto di responsabilità verso chi oggi lavora senza tutele e verso le future generazioni, che rischiano di ereditare un mercato del lavoro sempre più instabile e squilibrato.
Chi invita all’astensione, lo fa per mantenere lo status quo, per evitare che i cittadini decidano. Ma la democrazia non si difende stando a casa: si difende partecipando, scegliendo, votando.
L’8 e il 9 giugno, dunque, non è il momento di disinteressarsi, ma di prendere posizione. Andare a votare è l’unico modo per far sentire la propria voce, per cambiare ciò che non va, per dire che il lavoro non è merce, ma valore umano e sociale.
Votare SÌ è un gesto di coraggio, di impegno, di speranza. È un passo verso un’Italia che non lascia indietro nessuno, che difende chi lavora e non chi sfrutta.

